Il silenzio dei torturati.

 

Nel lavoro con i sopravvissuti a tortura, il momento dedicato alla biografia della fuga è particolarmente delicato. Viene effettuato nel corso dei primi colloqui, all’interno di un setting dedicato, particolarmente rispettoso della privacy della persona sopravvissuta a tortura che si ha davanti. Da stamattina ad ora, ho effettuato 5 colloqui volti alla raccolta della memoria traumatica derivante da tortura e/o violenza estrema. Storie raccapriccianti, simili nella descrizione delle violenze subìte a quelle che ascoltiamo ogni giorno, differenti nella modalità con la quale vengono riferite. Spesso è il silenzio il momento più difficile da gestire, il silenzio secco, asciutto, arido, senza lacrime. “Quando ci siamo imbarcati dalla Libia non avevo paura”, mi racconta un migrante, “Quando sei morto non puoi aver paura, ed io sapevo di essere già morto, dieci volte. Cento volte”. Il silenzio di chi è morto dentro. Di chi non riesce più a piangere perché tutto è ormai spento. E le lacrime ininterrotte di chi, invece, ha ancora l’inferno dentro. Di chi rivede se stesso tra le fiamme. Di chi sente le voci urlare nella testa. Ordini. Ingiurie. Bestemmie. E porta ancora accesi sulla carne i marchi della violenza. Quelli sgorganti dalla plastica fusa lasciata colare goccia a goccia su corpi nudi. Quelli derivanti dagli elettrodi applicati su peni giovani, su bocche impossibilitate ad aprirsi in un sorriso, su palpebre spente. Quelli derivanti dalla sospensione a testa in giù: fegato, milza e polmoni a comprimere con il loro peso il cuore. Il respiro che si arresta. Il sangue che si raccoglie nella testa penzoloni. Gli occhi che sembrano volere uscire dalle orbite. La vista che si appanna. E pensi di essere morto. Eppure senti ancora il tormento. Il martirio eterno. Che ti accompagna per lunghe notti in cui rivedi te stesso nelle mani dei tuoi carnefici. In una cella buia, sporca di sangue, di piscio e di feci. E senti ancora le tue urla che si confondono con quelle della donna appesa a un gancio come un animale da macello mentre altre bestie in mimetica le sputano addosso saliva putrida, le percuotono i seni, la faccia, le gambe. La trapassano infinite volte. E muori. E muori dieci, cento, mille volte ancora.

Emilia Corea                                                                         

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