NASCITA DI LIVORNO

 

 

– G E N E S I –

LE FATICHE D’ERCOLE LABRONE
Nel principio era una landa deserta coperta di paludi piene di miasmi pestiferi e di febbri, sulla quale volavano nuvoli di zanzare. / Il Signore prese un vento dell’Africa e lo agitò fortemente su quelle paludi per purificarne l’aria. E chiamò quel vento dalla sua origine: “Libieccio”. / Il Signore fece operare su quella terra che si purificava, un uomo forte che aveva nome Ercole soprannominato”Labrone”, di labbro grosso. / Il Signore diede a Ercole Labrone una clava perché si difendesse. E una zappa perché scavasse canali che prosciugassero quelle paludi. / Il Signore si compiacque delle fatiche d’Ercole Labrone per cent’anni. E in quel tempo Ercole scavò canali che dal mare tornavano al mare comunicando fra loro. E la terra si rassodava. E cominciava a dar frutti. / Il Signore accolse la preghiera d’Ercole Labrone che era solo e stanco del gran travagliare. E gli mandò aiuti. Il primo giorno arrivò un omino detto “cicala”. Il secondo giorno arrivò un omicciòlo detto “gallinella”. Il terzo giorno arrivò un omiciàttolo detto “gattuccio”. Il quarto giorno arrivò un omaccio detto “polpo”. Il quinto giorno arrivò un omaccìno detto “grongo”. Il sesto giorno arrivò un omaccione detto “scorpano”. E tutti confessarono in differenti favelle che erano rapati perché scappati dalla galera. Ma il Signore li aveva mandati. Il settimo giorno Ercole Labrone pregò il Signore di non mandargli più aiuti. E che facesse guardar meglio le galere del mondo. / Il Signore esaudì Ercole Labrone. E questi colla clava obbligò i sei d’aiutarlo come il Signore voleva. E cosi lavorarono insieme. Poi vecchio e stanco Ercole Labrone morì d’anni centotrentuno. E fu da’ sei seppellito. E innalzarono un Tempio in onore di lui. / Il Signore in ricordo d’Ercole Labrone impose a quel luogo il nome di “Labrone”. / Il Signore fece che i sei si amassero. E li ordinò di costruire , accanto alla tomba d’Ercole Labrone, un Castello. E lo fecero quadrato con torri merlate a’ lati e una porta nel mezzo, lambito dal mare.

IL VILLAGGIO DI LABRONE
IL Signore diede a quelle costruzioni il nome di “Villaggio di Labrone”. E’ sei li chiamò “labronici”. E così originò il primo gruppo labronico. Il “gattuccio” disse che in Oriente aveva sentito parlare d’un Tempio con sulla porta scritto a lettere d’oro: “Conosci te stesso”. Allora i labronici pensarono di scrivere sopra la porta del loro Castello: “Di Labron son nato”. E ce lo scrissero con lettere di bronzo. / Il Signore apprezzò l’orgoglio de’ labronici. E l’ispirò di combinare un “piatto” che li ricordasse nel tempo. E preso un tegame ci messero dell’olio d’oliva e della salvia e dell’aglio tritato e del sale. E fecero soffriggere e rosolare bene. E poi allungarono con acqua e pomodoro a pezzi. E drogarono con pepe e molto zenzero. E fecero ritirare quell’intingolo. E poi presi polpi e gattucci e gronghi, li tagliarono, e ci aggiunsero scorpani e gallinelle e cicale intere. E tutto buttarono nell’abbondante salsa tirata. E fecero foco lento perché cuocesse e saporisse bene. E poi affettarono molto pane e l’arrostirono e lo strusciarono coll’aglio. E lo messero in un catino. E ci versarono sopra quella broda col pesce. E dopo una preghiera al Signore mangiarono quella zuppa che trovarono sana e forte com’erano loro. Allora dissero: “Come dall’insieme di questi rozzi pesci è sortito un buon piatto, così da noi verrà la bella cosa voluta dal Cielo. Perché sulla terra del nostro villaggio, cogli anni crescerà una gran “pianta”. Sia questo il nostro “Piatto della ricordanza”. E lo mangino i nostri figli e` figli de’ nostri figli. E così fino alla consumazione de’ secoli. I labronici si strinsero la destra giurando fedeltà. E chiamarono quella vivanda piccante: “Cacciucco”.

IL CASTELLO DI LIVORNO
IL Signore si compiacque di quelle cose de’ labronici. E li mandò delle donne perché crescessero e moltiplicassero. E così i labronici crebbero e si moltiplicarono lestamente. E il Villaggio non li contenne più. Allora lo ingrandirono con altre fabbriche e lo chiamarono: “Castello di Livorno”. E loro si chiamarono d’allora: “livornesi”. Intanto la terra era rassodata e dava frutti. E le acque incanalate davano buona pésca e comodi passaggi. / Il Signore soddisfatto di quelle cose de’ livornesi li guardò con occhio benevolo. / E’ livornesi udirono la viva voce dell’Apostolo Pietro portato dalla furia del mare sui loro lidi e poscia trasferitosi in quel di Pisa per il santo suo ministero. / E’ livornesi videro un giorno arrivare al loro Castello alcuni Solitari cristiani che andiedero poi lì presso, e nel luogo dove approdò e stette l’Apostolo S. Giacomo Maggiore fondarono un Romitorio detto di “S. Jacopo in Acquaviva”, per una sorgente d’acqua che ivi sgorgava perenne. E fu in quello che poi dimorarono S. Agostino e S. Francesco d’Assisi e altri Santi e Beati. / E’ livornesi, sulle mura stesse dell’antico tempio gentile d’Ercole Labrone, edificarono una chiesa dedicandola a Santa Maria. / E’ livornesi elessero a loro Patrona una Santa chiamata Giulia da Cartagine, le cui reliquie transitarono in quell’anno dalla loro terra dirette a Brescia. E le dedicarono un Altare nella chiesa di Santa Maria. / Ma intanto che il Castello di Livorno cresceva, crescevano anco i baratti fra’ suoi padroni. E da’ Goti a’ Longobardi a’ Franchi, pervenne in possessione d’una nobile donna chiamata Contessa Matilde Marchesana di Toscana, che accrebbe il porto d’un gran “Mastio” merlato. / E codesta Contessa elettissima, per amicarsi il Cielo, donò il Castello alla Primaziale di Pisa, che poi lo vendé al suo Arcivescovo Attone, per mille lire. / E’ genovesi vennero contro i pisani conquistatori delle Baleari, con 147 navi e 22.000 armati. E danneggiarono gravemente il Porto pisano e il Castello di Livorno. / E a’ pisani il Castello era conteso da’ cosiddetti “Marchesi di Livorno” di casata Francigena che l’imperatore Corrado III, con “diploma”, spodestò. / E cadute le pretese di codesti Marchesi, i pisani ingrandirono il porto e lo munirono d’altre due torri chiamate Magnale e Formica, con catene. / E’ genovesi ritornarono contro i pisani alleati al Barbarossa. E il porto e Livorno subirono gran danni anche per diluvi venuti dal cielo. / E’ pisani, per rifarsi de’ torti, insieme a Federigo II assaltarono la flotta de’ genovesi presso la Meloria. E’ genovesi mal guidati dal Capitano Guglielmo Embriaci furono’ sconfitti. / E per accrescere vieppiù il Castello di Livorno, i pisani concedettero a chi voleva stabilirvi dimora stabile, immunità e franchigie. / Ma ora che i livornesi potevano sperare scoppiò invece tremendo un altro conflitto fra pisani e genovesi. E nella battaglia della Meloria, pel tradimento di Ugolino della Gherardesca Conte di Donoratico, i pisani furono disfatti da’ genovesi comandati da Oberto Doria, sì che di poi fu detto: “Chi vuol veder Pisa vada a Genova”. E’ genovesi imbaldanziti si avvicinarono a Livorno minacciosi, ma la difesa de’ livornesi li fece mutar consiglio. / E’ genovesi tornarono contro i pisani e Livorno, e abbatterono il faro della Meloria e danneggiarono il Castello. / E’ genovesi vennero con un’armata di galere a battere le fortezze del porto di Livorno. E rovinarono una delle torri detta Maltarchiata e presero l’altre. E le catene delle porte e della Bocca le portarono qual trofeo a Genova / E’ pisani appena rimessi da’ tradimenti, congiure, ferite, pensarono a Livorno. E innalzarono sullo scoglio una bella torre tonda, di pietra, alta metri 51, disegnata e condotta da Giovanni figlio di Niccola Pisano, che in quel tempo lavorava in Pisa al suo pergamo nella primaziale. E la chiamarono “Il fanale”. E serviva di guida a’ legni che sempre più numerosi attraccavano al loro porto. E l’accesero in cima nella notte. Ma pei livornesi crescevano anco i guai. E dovettero aguzzare l’ingegno. E difendere gli averi dalla gentaccia che avevano in casa (D. m. T.). / Il Signore allora per rinfrancare la fede de’ livornesi fece per miracolo trovare l’immagine d’una Madonna col celeste Bambino in braccio, a uno zoppo che, ordinato da Lei, la portò sin dove il peso poté, in cima a un colle ne’ pressi di Livorno, chiamato Montenero per via delle selve di lecci che c’erano. E’ livornesi costruirono ivi un Oratorio e presero a venerare quella Santissima Immagine. Ma i padroni cambiavano sempre. E’ livornesi dovevano sopportare danni e soprusi da gente più potente di loro. / E’ genovesi al servizio del comune di Firenze assaltarono dal mare Livorno. E preso il molo e le torri staccarono le catene che chiudevano il porto e rotte che l’ebbero le mandò l’Ammiraglio Grimaldi a Firenze che l’attaccò in segno di vittoria sui pisani, ne’ punti più salienti di quella città del Fiore. / E’ pisani costruirono una vasta”Rocca” includendovi il Mastio della Contessa Matilde. Codesto giro di mura, detto la “Quadratura de’ pisani», può congetturarsi essere opera di Tommaso Pisano, eseguita da Puccio di Landuccio maestro di pietre, e da Francesco di Giovanni maestro di muratura, tutt’e tre di Pisa. / E il Castello di Livorno passò in mano di Gian Galeazzo Visconti Duca di Milano. E da quello al suo figlio naturale Gabriello che, per timore de’ fiorentini, lo diè in consegna a’ francesi del Maresciallo Buccicaldo Governatore di Genova per il Re Carlo VI. / E detto Buccicaldo consigliò l’impotente Gabriello a vendere il Castello a’ fiorentini, insieme alla città di Pisa che si difese e cadde. / Ma i fiorentini non ebbero il Castello, perché il malvagio avaro Maresciallo Buccicaldo lo vendé a’ genovesi per 26.000 ducati d’oro. / E’ genovesi fecero scavare il fosso e la darsena detta “Il porticciolo”, con annessa Dogana. / E’ genovesi per mezzo di Tommaso di Campofregoso vendettero il Castello a’ fiorentini per 100.000 fiorini d’oro. Aveva allora il Castello 1.200 abitanti all’incirca. E per accrescerli, i fiorentini votarono una Legge che, come quella de’ pisani di cento quarant’anni prima, novamente dava impunità e libero asilo a banditi, condannati, multati e simile genia per cui Livorno diventò si può dire una galera senza catene. / E così Livorno si ridusse in condizioni pietose e si rivolse a’ padri della Repubblica fiorentina, per aiuto. E quelli glielo dettero come potevano giacché anco per loro erano dolori. / E’ fiorentini innalzarono la bella torre marmorea a otto facce detta del “Marzocco”. E v’incisero in vetta i nomi degli otto vènti principali. / E’ livornesi non avevano assai guai che incominciò ad allearsi alla miseria la peste che durò anni facendo grande moria. Ma i fiorentini volevan lo stesso incassar le gabelle da’ livornesi che non potevano. / E’ genovesi con una potente flotta di galere assaltarono le fortezze di Livorno trovando i fiorentini in ritardo. La nova torre di marmo del Marzocco presa a posta di mira non subì gran danno. Ma il colpo non riuscì a’ genovesi che tolsero l’assedio. / E’ livornesi che s’erano battuti con tanto valore, per ringraziamento e per sciogliere un voto fatto sei anni prima, eressero un altare nella Pieve di S. Maria e Giulia, al martire S. Sebastiano, e nel giorno della sua festa ne portarono ogni anno la statua in processione per le vie del Castello onde ricordare al popolo il pericolo che aveva passato. / E un giorno i livornesi videro entrare nelle fortezze del loro Castello i francesi, e’ pisani al Governo, e andar via i fiorentini. Cosi non sapevano più chi era il loro padrone. / E dopo un anno ritornarono i fiorentini e rimodernarono la Fortezza. Intanto i poveri livornesi non sapevano più a qual santo votarsi. Ma il Signore aveva pensato a far crescere fra loro un uomo audace e forte che li avrebbe un giorno salvati. E il giorno arrivò. / E’ pisani fatta lega potente con veneziani, genovesi, alemanni e francesi messero l’assedio a Livorno attaccandolo da terra e dal mare, onde prenderlo a’ fiorentini. Allora fra’ livornesi si fece avanti un uomo di nome Guerrino dalla Fonte a S. Stefano, e con 500 villici in armi tennero testa alla soverchiante Lega. E quel Guerrino audace, con un sol colpo di falconetto, portò via una manica del robone di broccato (Antica veste ampia e pomposa indossata un tempo da dottori e magistrati (Zingarelli)-nota mia) allo stesso Massimiliano Imperatore degli alemanni. E’ livornesi così guidati da quel loro Guerrino valorosissimo e anco aiutati dal vento Garbino, dopo 20 giorni di strenua difesa vinsero l’assedio e n’uscirono coperti di gloria. E la Repubblica fiorentina, in riconoscenza dell’aiuto e fedeltà de’
livornesi, fece erigere in una loro piazzetta, in memoria delle prodezze del Guerrino e de’ suoi villici, una fonte detta del “Villano”, con una statua di marmo raffigurante un villano con un palo in braccio e un cagnolino a’ piedi, lavorata da Romolo del Tadda. E donò a’ livornesi uno stendardo bianco con sopra scritto: “FIDES”. E’ livornesi inalberarono fieramente quell’insegna su una delle torri del loro Castello sul mare. E questo diventò il loro simbolo e il loro stemma. / Il Signore compiaciuto e sicuro ormai delle virtù de’ livornesi, li benedì per i secoli de’ secoli. E così sia.

Gastone Razzaguta

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