Se il cittadino diventa un nemico da combattere

Dietro a vicende come quella di Cucchi ci sono forze di polizia formate per affrontare scenari di guerra più che per la gestione della sicurezza pubblica. Il modello sono i soldati dei corpi speciali: non empatici, non riflessivi, obbedienti.

Charlie Barnao, insegna Sociologia della sopravvivenza a Catanzaro, studia le marginalità estreme urbane (persone senza dimora, prostituzione) e ha una lunga consuetudine con le tematiche degli abusi in divisa o della formazione di personalità autoritarie o fascistoidi, per usare le parole di Adorno, attraverso l’addestramento militare. Un filone di studi che Barnao ha imboccato dopo l’esperienza della leva nei parà, nella Folgore. Storie come quella di Stefano Cucchi gli fanno venire in mente «immediatamente il tema dell’addestramento militare» che Barnao collega «immediatamente a vicende come quelle accadute nelle prigioni di Abu Ghraib e Bagram, nella caserma di Bolzaneto, e ai civili torturati da parte dei soldati italiani in Somalia. E, ancora, dice: «Penso a due militari siracusani tutti e due: Emanuele Scieri, un caso del 1999 riaperto di recente, e Tony Drago, caporale 25enne, che, come Scieri, venne trovato morto nel 2014 dopo essere precipitato da una palazzina nella caserma di Roma dei Lancieri di Montebello. Le analogie sono tantissime, per entrambi la prima ipotesi fu quella del suicidio ma poi, tra mille incongruenze, le famiglie tentano disperatamente di far riaprire il caso. Come per Scieri l’ipotesi della difesa è quella del pestaggio mentre faceva le “pompate”».
Barnao ricorda come il caso Scieri fosse stato cavalcato, a suo tempo, da chi stava conducendo il processo di professionalizzazione delle forze armate con l’abolizione della leva obbligatoria: «Rileggendo i resoconti della commissione parlamentare, il nonnismo veniva associato al servizio militare di leva e la creazione di un esercito di professionisti veniva “venduta” come la soluzione per superare il nonnismo. Il caso di Tony Drago rivela, invece, che quei rituali sono ancora in voga. Drago era uno delle migliaia di ragazzi del Sud che era partito come Vfp 1 (volontario in forma prefissata di un anno nell’esercito, ndr) per poter fare il poliziotto». Con l’eccezione di una finestra biennale, che verrà chiusa a dicembre, il reclutamento nei corpi di polizia e carabinieri richiede proprio il passaggio in un’esperienza militare, chi opera in ordine pubblico s’è fatto le ossa nei teatri di guerra. Per Barnao è un dettaglio cruciale: «È un processo di militarizzazione che in sociologia viene definito della “doppia conversione”». Il sociologo si riferisce all’ «amalgama di funzioni militari e di polizia» di cui hanno scritto Salvatore Palidda o Alessandro Del Lago. L’esercito che scende in ordine pubblico, si pensi all’Operazione Strade Sicure, e, contemporaneamente la guerra che diventa un’ «un’operazione di polizia internazionale».
«E il tipo di addestramento è lo stesso, è di questo che mi occupo». La tesi di Barnao è che questi episodi che in genere vengono ricollegati alle “mele marce” siano strettamente correlati al tipo di addestramento che viene impartito. «Questo in tutto il mondo», puntualizza Barbao che sta per pubblicare i primi risultati di una ricerca su manuali di addestramento e manuali sulla tortura. Esistono manuali che insegnano la tortura? «Uno di questi, il più famoso, è il “Kubark counterintelligence interrogation” con il quale la CIA addestrava i suoi agenti alle tecniche dure di interrogatorio coercitivo che, nel tempo, sarebbero state dichiarate tortura». La parola Kubark è un criptonimo con cui la Cia designava se stessa. Elaborato nel 1963, sarebbe stato desecretato nel 1997 ma intanto era stato la base per una cospicua manualistica.
«Dal 2001 assistiamo a un cambio di paradigma – riprende Barnao -. Con la guerra globale, anche da un punto di vista legale, gli Usa hanno cambiato la denominazione del nemico, da combattente a terrorista, per eludere i vincoli della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra. In questi manuali si spiegano le tecniche e le tre fasi della tortura: l’azzeramento della personalità con la perdita di ogni punto di riferimento, la seconda fase in cui si negozia l’informazione, la tortura è una serie di azioni razionali per ottenere informazioni, infine l’aggregazione o la riprogrammazione. Fasi della tortura, modello psicologico comportamentista, dinamiche interazionali fra torturato e torturatore corrispondono perfettamente alle fasi dell’addestramento, al modello psicologico e all’interazione fra addestratore e recluta. E ho scoperto che chi scrive i manuali di addestramento scrive anche i manuali per gli “interrogatori coercitivi”. Anche Naomi Klein ha usato la metafora della tortura nel suo Shock Economy».
Barao spiega ancora che tutti i corpi speciali del mondo sottopongono gli uomini a un corso di sopravvivenza, il programma Sere (Survival, Evasion, Resistance and Escape). Per comprendere le ragioni storiche bisogna ricordare come la guerriglia dei Vietcong mise in crisi la tecnowar dello Zio Sam, il modello che era uscito dalla seconda guerra mondiale. Gli Usa, dopo che il 30 per cento dei marines tornò con un disturbo da stress post traumatico, presero a mettere in atto la cosiddetta “guerra sporca” «e misero a punto un tipo di addestramento che puntava a blindare la mente del soldato», spiega sempre Barnao, autore, con Pietro Saitta nel 2013 di “Costruire guerrieri. Autoritarismo e personalità fasciste nelle forze armate italiane”, contenuto nel volume collettivo “La violenza normalizzata”. Si afferma da allora un modello di soldato «non empatico, non riflessivo, che non fraternizza col nemico, obbediente. E resistente alla tortura. Sere parte proprio per questo, negli anni 50. e come si insegna quella “resistenza”? Torturandoli. Anche i “nostri” ragazzi. Il soldato ideale è quello dei corpi speciali e tutti si ispirano a questo modello».
E Cucchi, Aldrovandi, e tutti gli altri cosa c’entrano con questo modello? «Sono “danni collaterali” per chi applica queste dottrine. Non dovrebbe essere così. Inoltre questo modello non funziona, lo stiamo verificando proprio intervistando i soldati che tornano dalle missioni. Il comportamentismo, come pure il condizionamento operante, è inadeguato di fronte a tutte le variabili della “guerra sporca” o della gestione dell’ordine pubblico».
Cambiare modello di addestramento allora, anche perché nei territori esplorati da Barnao non c’è spazio per le retoriche sulla democratizzazione delle polizie o sulla polizia di prossimità. Il sociologo non ha dubbi: bisogna passare da un modello «rapido ed economico a un approccio umanistico, in cui l’empatia sia un punto centrale, in cui l’altro da me sia un soggetto, non più un oggetto».

Hits: 64

Questa voce è stata pubblicata in e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.