STEFANO CUCCHI

Adesso sappiamo chi è STATO

 

Foto del cadavere di Stefano Cucchi.

 

11 OTTOBRE 2018 – Un pestaggio violento, con Cucchi a terra e due carabinieri che in un’ “azione combinata” infieriscono sul geometra a poche ore dal suo fermo. Poi le minacce, il tentativo di insabbiamento e infine il coraggio di parlare, di dire tutto. Per non sentirsi più “solo contro una sorta di muro, come se non ci fosse nulla da fare”.

Dopo nove anni arrivano le prime parole, nero su bianco, di un testimone oculare su quello che subì Stefano Cucchi mentre era nelle mani dello Stato: un pestaggio. Il ricordo di quegli attimi di violenza arriva da Francesco Tedesco, uno dei tre militari imputati al processo, che lo scorso luglio di fronte al pm accusa gli altri due colleghi accusati come lui di omicidio preterintenzionale, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.

Un racconto che, nelle parole di Ilaria Cucchi ha “abbattuto il muro”. E il ministro Salvini ora le tende una mano: “Sorella e parenti sono i benvenuti al Viminale”.

Tutto sarebbe cominciato a poche ore dal fermo di Cucchi, la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, con un battibecco tra il giovane appena arrestato e uno dei due carabinieri. All’uscita dalla sala del fotosegnalamento della Compagnia Casilina, dopo una serie di insulti arriva lo schiaffo di Di Bernardo e parte il pestaggio: “un’azione combinata”, durante la quale Stefano perde l’equilibrio e cade sul bacino per un calcio di un carabiniere e una violenta spinta dell’altro. Infine una botta alla testa, tanto violenta da far sentire il rumore – si legge nel verbale – e l’ultimo colpo sferrato da D’Alessandro con un calcio in faccia a Cucchi mentre questi è a terra. “Gli dissi ‘basta, che c…fate, non vi permettete”, fa mettere a verbale Tedesco che aiuta Cucchi a rialzarsi. “Sto bene, io sono un pugile”, gli dice il geometra. Poi cala il muro di silenzio di fronte al quale, dopo una serie di tentativi, lo stesso Tedesco sembra impaurito. Fin dai primi minuti successivi all’episodio, il militare aveva informato l’allora comandante della stazione Appia, Roberto Mandolini, imputato al processo per calunnia e falso assieme a Vincenzo Nicolardi. Ma dal comandante non arriva alcuna risposta neppure quando – dopo la notizia della morte di Cucchi – Tedesco scrive ciò che ha visto in un file che salva su un pc.

“Stampai due copie del file dell’annotazione redigendo due originali”, che nonostante fossero protocollate non sono state più ritrovate nell’archivio, né sembrano mai arrivate all’autorità giudiziaria. Anzi. “D’Alessandro e Di Bernardo mi dissero che avrei dovuto farmi i c… miei”, spiega Tedesco al pm il quale nel giugno scorso ha presentato una denuncia contro ignoti per la sparizione della notazione di servizio. E Mandolini prima dell’interrogatorio gli consiglia : “digli che non è successo niente”.

Nove anni di silenzio alla fine dei quali Tedesco ha deciso di parlare. “All’inizio avevo molta paura per la mia carriera – dice al termine dell’interrogatorio – poi mi sono reso conto che il muro si stava sgretolando e diversi colleghi hanno iniziato a dire la verità”. Tra questi il collega Riccardo Casamassima, l’appuntato che con la sua testimonianza fece riaprire l’inchiesta e che oggi dice a Tedesco “bravo, ti sei ripreso la tua dignità”. “In tanti dovranno chiedere scusa”, dice Ilaria Cucchi. Salvini chiede che siano puniti “eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa”.

Gli fa eco il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: “Quanto accaduto è inaccettabile”. La testimonianza di Tedesco attende ora di essere acquisita agli atti del processo: forse dopo nove anni la morte di Stefano Cucchi troverà la verità.

(da ANSA)

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